7 femminicidi in 7 giorni: quanto vale la vita di una donna?

Ambra Pregnolato, 40 anni, uccisa dall’amante in provincia di Alessandria perchè non voleva lasciare il marito per lui.
Francesca Fantoni, 39 anni, violentata e uccisa da un uomo che conosceva, in provincia di Brescia.
Rosalia Garofano, 52 anni, uccisa dal marito a Mazara del Vallo dopo averla riempita di botte per 3 giorni.
Fatima Zeeshan, 28 anni, all’ottavo mese di gravidanza, picchiata e soffocata dal marito in Alto Adige.
Rosalia Mifsud, 48 anni, uccisa dal compagno, a Caltanissetta, perché lei voleva lasciarlo. L’uomo ha ucciso anche la figlia di lei, perché si opponeva alla loro relazione mettendo in guardia la madre e cercando di proteggerla.
Speranza Ponti, 50 anni, uccisa dal compagno il quale, inizialmente, aveva detto di essersi trattato di suicidio.
Laureta Zyberi, 42 anni, uccisa dal marito a Genova.

Sono i nomi di 7 donne. Mogli, fidanzate, conoscenti, madri, compagne, lavoratrici, amiche ma, prima di tutto, donne. E’ proprio questa la colpa più grave dei nostri giorni: essere una donna. Vivere con la costante paura di non dire una parola di troppo, per non essere derisa, picchiata, umiliata, uccisa. Donne che il più delle volte perdono la vita per mano di colui che amano. Mentre l’Italia si decanta come Paese civile, democratico e pacifico ogni giorno una donna perde la propria vita per mano dell’uomo che ama. Eppure non sembra essere considerata un’emergenza. Non sembra meritare la priorità. Cos’è diventata la vita di una donna oggi? Quanto conta una vita in meno? Quasi non fa più notizia. Sembra che storie del genere non sconvolgano più. Sono ormai abitudine. Ecco, un Paese smette di essere civile, democratico, pacifico proprio quando la vita di un essere umano non ha più valore.

Dov’è l’errore in tutto questo? Nella società, nel suo insieme. Perché se le pene sono ridotte o addirittura nulle il messaggio che passa è pericoloso, incita l’uomo a commettere ciò che vuole tanto sa che non verrà punito. Se la scuola non ferma i ragazzi in tempo, non gli insegna il rispetto delle donne a partire dai piccoli gesti e l’uguaglianza tra maschi e femmine fin dalla prima età il rischio che si corre è quello di avere bambini e ragazzi che non considerano le donne al pari di loro. Se le famiglie chiudono gli occhi davanti ai comportamenti sbagliati dei propri figli o danno un esempio di madri sottomesse e di padri padroni, e se si giustificano atteggiamenti prepotenti e irrispettosi già nei confronti delle proprie madri e sorelle l’uomo si sentirà in diritto di comportarsi in modo uguale anche con la propria compagna.

Infine, se la società continua a basarsi su stereotipi e disuguaglianze, umiliando le donne sarà la prima colpevole di questi delitti. Perché la violenza non è il frutto soltanto di uomini violenti, è molto di più. La violenza non è solo fisica, non è solo nelle botte. La violenza inizia dalle cose più piccole, dalle parole più pesanti, dai commenti volgari non richiesti, dalle derisioni e umiliazioni. Non solo: gli stipendi minori tra uomo e donna pur svolgendo lo stesso mestiere, ad esempio. La donna che viene licenziata se è incinta o, ancora, i colloqui umilianti che chiedono come prima cosa la situazione familiare. Meglio se sola, senza marito né figli. L’immagine che la società ha della donna deve cambiare, a partire dalle piccole cose: che sia un programma televisivo, una canzone, uno spot pubblicitario e molto altro.

Anche gli uomini possono aiutare la società e le donne. Perchè ci sono innumerevoli mariti, fidanzati, padri e fratelli che amano e rispettano le donne. E allora è a voi che chiediamo uno sforzo in più. Basta con le piazze piene solo di donne che protestano per altre donne. Basta solo donne che denunciano contenuti denigranti. Siate i voi i primi a chiedere pene più severe, siate i voi a riempire le piazze e a denunciare situazioni infelici. Perché ogni donna umiliata, picchiata e uccisa domani potrebbe essere vostra figlia. Senza più squadre e solidarietà di genere, uomini e donne, uniti, insieme.

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