Di Matteo-Bonafede: quando la lotta alla mafia diventa tifo politico

di Giulia Tolace

Era domenica 3 maggio, quando alla trasmissione Non è l’Arena, condotta da Massimo Giletti, telefona il magistrato Nino Di Matteo. Con un filo di voce, in evidente difficoltà, chiede di poter intervenire per chiarire dei fatti che non si stanno raccontando nella maniera corretta. Non è tipo da scenate plateali Di Matteo, interviene raramente. Non si gira tutti i salotti televisivi, non insegue la fama da prime pagine. Se interviene è perchè davvero non può tacere. Il tempo stringe, la scaletta televisiva deve rispettarsi. Ma Di Matteo è un imprevisto che non può essere rimandato né taciuto. Così, Giletti dà la parola al magistrato. Gli italiani devono avere un quadro chiaro dei fatti.

La storia ormai la conosciamo, chi ha seguito la trasmissione e chi ha letto il giorno dopo i giornali: il ministro Bonafede aveva proposto a Di Matteo di dirigere il DAP ma nemmeno 48h dopo, quando il magistrato stava per accettare, il ministro cambiò idea. Gli offrì un altro posto, che Di Matteo non accetterà. A capo del DAP verrà nominato Francesco Basentini che, come ormai noto, si rivelerà non all’altezza del ruolo.

Il ministro Bonafede chiama la trasmissione di Giletti, chiede di replicare. Il conduttore gli lascia la parola. Il ministro sembra imbarazzato, perde i minuti, gira intorno a discorsi che non si comprendono. Tante le premesse, molti i contorni, pochi i contenuti. Il tempo scorre e la spiegazione del ministro non convince. In tanti si augurano sia stato un malinteso, che il giorno dopo tutto si possa chiarire. Ma così non sarà, non arriveranno risposte solide ed inizierà una campagna al massacro del magistrato, accusato da più parti, nel tentativo di lasciarlo solo.

La campagna contro Di Matteo è feroce. La situazione prende i contorni da tifo politico, perdendo di vista il fulcro dell’argomento. Così, i leoni da tastiera che ogni giorno cercano qualcuno da massacrare, da lunedì hanno il magistrato che tanto avevano osannato quando era stato il loro partito a proporlo. Così, chi appoggia il partito del ministro Bonafede, il Movimento 5 Stelle, sputa odio e calunnie contro Di Matteo. La maggior parte nemmeno sa chi sia, non conosce la sua storia, ma lo detesta a prescindere. Come ha osato sfiorare il politico che voto? Altri, invece, dicevano di conoscerlo. Erano lieti del suo nome in bocca ai propri politici di riferimento: finalmente la politica accanto a chi lotta contro la mafia. Poi un disguido, un cortocircuito, un incidente di percorso. E il magistrato non serve più, non è più bravo, forte, coraggioso. E’ subdolo, per due anni ha taciuto; è narcisistico, per essere andato a dirlo in tv; è corrotto, chi lo ha pagato per infangare il governo? Queste, e molte altre, le accuse che molti hanno rivolto al magistrato da domenica sera.

Non finisce qui. Perchè in Italia non ci facciamo mancare proprio nulla. Così, in questa scena surreale si aggiunge un’altra parte di attori: i famosi sciacalli. Parti politiche che hanno sempre deriso e allontanato Di Matteo, che adesso pur di andare contro la maggioranza di governo si trovano improvvisamente dalla parte del magistrato, paladino dei giusti e, soprattutto, dei loro tornaconti.

Di Matteo non parla, da lunedì si è ritirato nel suo silenzio. E’ abituato a lavorare, a non stare al gioco delle polemiche. Non risponde al telefono, non si concede ai tanti che vorrebbero l’esclusiva, saperne di più. Poi, sente forse il richiamo dei suoi cittadini. Quelli che non tifano per nessun gruppo politico, quelli che stanno da un’altra parte. Con lui, al suo fianco. Decide di rispondere, raggiunto da la Repubblica. La sua versione non cambia. «Mi sedetti davanti a Bonafede e gli dissi che accettavo il posto di capo del DAP. Lui però, a quel punto, replicò che aveva già scelto Basentini, mi chiese se lo conoscessi e lo apprezzassi. Risposi di no, che non lo avevo mai incontrato. Rimasi sorpreso di quel cambio, ma non dissi subito di no.» Il giorno dopo però Di Matteo chiamò il ministro per rifiutare: «Io gli dico di non tenermi più presente per alcun incarico, lui ribatte che per gli Affari penali “non c’è dissenso o mancato gradimento che tenga”. Una frase che, se riferita al DAP, ovviamente mi ha fatto pensare». Ed è da questa frase, probabilmente, che il magistrato comprende che sia stato “qualcuno” a far cambiare idea al ministro.

«Da allora mi sono sempre chiesto cos’era accaduto nel frattempo. Se, e da dove, fosse giunta un’indicazione negativa.» Di Matteo fa un riferimento alle intercettazioni: «Dopo le elezioni alcuni giornali scrissero che c’era un’ipotesi Di Matteo al Dap. Mi chiamarono da Roma dei colleghi per dirmi che c’era una cosa molto brutta che mi riguardava. In più penitenziari, boss di rango avevano gridato “dobbiamo metterci a rapporto col magistrato di sorveglianza per protestare contro questa eventualità”. Subito dopo 52 o 57 detenuti al 41 bis, ciascuno per i fatti suoi, avevano chiesto di conferire. A quel punto era stata fatta un’informativa diretta a più uffici di procura e al Dap.»

Inevitabile la domanda al magistrato, sul perchè avesse deciso di parlare solo adesso: «Dopo le dimissioni di Basentini, proprio come due anni fa, alcuni giornali hanno di nuovo scritto che mi avrebbero fatto capo del Dap. Quando ho sentito fare il mio nome, inserendolo in una presunta trattativa, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di raccontare i fatti, al di là delle strumentalizzazioni. Dopo quei colloqui ci sono rimasto male e ho detto quello che pensavo quando ho sentito dire delle inesattezze. Non intendo giudicare il lavoro di Basentini, né contestare la scelta di Petralia, ma se si parla del perché non è stato scelto Di Matteo per fare il capo del Dap, io ho il diritto di dire come sono andati i fatti. Se mi chiameranno in una sede istituzionale andrò a spiegare quei fatti per come li ho vissuti. Ma almeno adesso mi sono tolto un peso».

Adesso, mentre molti boss escono dal carcere con la scusa del coronavirus, mentre vediamo un paese che non va, che collassa ad ogni passo, basta. Non è più accettabile il verificarsi di situazioni già successe. Non accadrà di nuovo che un magistrato venga messo alla gogna per un tifo politico, o che subisca un trattamento calunnioso come quello che subì Giovanni Falcone. La lotta alla mafia deve prescindere dall’opinione politica, dai tifi, dalle simpatie e dalle appartenenze partitiche. Fino a quel momento questo Paese spaventa, per poca memoria, fede politica e strumentalizzazione degli eventi. Spaventa, e non poco.

2 commenti su “Di Matteo-Bonafede: quando la lotta alla mafia diventa tifo politico

  1. Mi auguro che questa vergognosa vicenda non diventi pretesto per danneggiare l’immagine e l’operato del Dott. Di Matteo che mette a rischio la sua esistenza da anni per combattere il mondo del crimine mafioso. E soprattutto non venga isolato o abbandonato dalle Istituzioni. (Falcone docet).

  2. Ho votato i cinque stelle ma da come si sono svolti gli ultimi due anni di.politica ne sono rimasta fortemente delusa e amareggiata. Con l’attacco al Magistrato Nino di Matteo, al quale ho avuto il privilegio di stringergli la mano, Bonafede ha toccato il fondo. Non è simpatia, non è politica, è coerenza per il ruolo che si svolge, è rispetto per il lavoro dei magistrati e per le vittime della lotta alla mafia. Buonafede non ha idea in che mani si è messo… l’anno capito tutti ormai e dovrebbe dimettersi e lasciare posto a persone che la mafia la combattono ogni giorno. L’italia ha bisogno di uomini come Nino Di Matteo non di tirapiedi scribacchini… Che profonda amarezza… Tutto questo non lascia speranze straccerò la scheda elettorale…

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