Giulio Regeni, quattro anni senza verità

Quattro anni. Sono passati quattro anni dal giorno in cui l’Italia si è fermata, in quell’attimo in cui abbiamo appreso una notizia che non avremmo voluto sentire. La morte di Giulio Regeni. L’ennesima brutta notizia, un’altra ancora. Forse, invece, l’Italia si è fermata troppo poco. D’altronde, in una società che ha fatto degli episodi violenti, freddi, angoscianti la propria quotidianità, ad un certo punto quasi si diventa immuni al dramma. Forse ci si abitua al dolore o, invece, forse si decide razionalmente di non volerne sentire più. Per non crollare, per non soffrire, per non dover impazzire. Per non dover ammettere che la società in cui viviamo fa male e può farne tanto. Meglio considerare Giulio uno qualunque, uno che non conoscevamo direttamente e che, per questo, non meritava di farci impazzire dietro al dolore di un’ennesima vita che vola via.

Una vita spezzata non per un incidente, per una fatalità, per una male inspiegabile. Tutte motivazioni forti ma non dipendenti dalla nostra volontà. Tutte motivazioni che fanno male sì ma che, proprio per la loro assenza di spiegazione e dipendenti da qualcosa di cui non abbiamo chiarezza, riescono a farti rassegnare, almeno un po’. Invece Giulio è morto per mano dell’uomo, che decide a proprio piacimento quando e perché una vita debba essere spezzata. Le motivazioni non sono ancora chiare, anche se sembra assurdo solo a dirlo. Pensiamo alla sua famiglia che, non solo deve accettare di aver perso un figlio ma non può trovare nemmeno pace. Pace forse in questi casi non puoi trovarla mai, ma qualcosa che si avvicini ad essa, almeno. Come? Sapendo perché è morto, chi l’ha ucciso, cos’è davvero successo. Giustizia, quella che Giulio meriterebbe.

Giulio Regeni, un giovane. Già, i giovani. Strattonati, trascurati, trattati spesso dalla società come un peso, come qualcuno a cui devi trovare una collocazione ma non sai quale. I giovani, presi, lasciati e identificati per stereotipi: nullafacenti, apatici, confusi e in piena perdita di valori. I giovani, così pieni di problemi di cui la società si guarda bene dal prendersi delle responsabilità. Invece Giulio li ha riscattati tutti i giovani, da solo. Perché Giulio era un giovane sì, ma che con gli stereotipi della nostra società non aveva nulla a che fare.

Giulio, ricercatore italiano all’Università di Cambridge, era uno che la verità la andava a cercare, a scovare, a prendere. Anche quando era pericolosa. Anche quando qualcuno gli avrebbe sicuramente detto “ma chi te lo fa fare?” Giulio era uno che credeva nel cambiamento delle cose. Anche in quei paesi che consideriamo “senza speranza” in quanto a democrazia e libertà. Giulio non ci stava. Non accettava di doversi voltare dall’altra parte davanti alle ingiustizie, alla corruzione, agli affari di chi si sente grande e potente pur essendo, in realtà, estremamente piccolo e povero. Giulio non c’è più. Il perché, dopo quattro anni, non lo sappiamo ancora. Anni durante i quali è successo di tutto, o non è successo nulla. Punti di vista. Indagini lasciate a metà o mai davvero iniziate, omissioni, dubbi, silenzi.

Intanto il tempo passa e ancora nulla è chiaro. Si sono succeduti governi, si sono fatte ipotesi, è partita la Commissione d’inchiesta. L’Egitto, dietro una facciata perbenista, ed una finta disponibilità, si è dimostrato ostile. L’Italia forse troppo accondiscendente, debole. Ma per la morte di Giulio non bastano più striscioni fuori dai palazzi istituzionali, discorsi e promesse. Per Giulio servono i fatti, le verità. Giulio, rapito, torturato, ucciso. Perché? Chi ha dato l’ordine? Cos’aveva scoperto? La verità è ancora a Il Cairo ed è necessario riprendersela. Appartiene all’Italia, alla sua famiglia, a tutti noi. Se però chi dovrebbe fare di più non lo fa, proviamo tutti noi a fare il possibile. Non smettiamo di parlarne. Continuiamo a fare rumore, ed a chiedere risposte, per la sua famiglia e per Giulio. Perché nessuno dopo di lui debba aspettare quattro anni, o chissà quanti di più, per avere giustizia.

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